Pagine

venerdì 6 settembre 2013

33 TUDERI 2003 TUTTI E 33 TROTTERELLANDO Di Eugenio Bucci

Sono in un ristorante circondato da teste e corpi.
Al centro della visuale una bottiglia Modello Bordolese sormontata da una figura a 3/4. La figura infila nel collo della Bordolese un tira-fuori-i-tappi e tira fuori il tappo e se lo porta al naso e non dice niente e fissa un punto alle mie spalle. La figura mi viene vicina e ora è tutta intera e versa un dito di vino e mi rassicura che effettivamente è il vino che ho scelto alzandomi la bottiglia all'altezza del naso e leggo Badde Nigolosu che probabilmente è una forma di insulto in sardo e Google Translate mi riporta Fatti I Cazzi Tuoi. Dico Ok e ci sono ora 4 figure a mezzo busto e una intera che mi fissano e capisco che è il mio turno e mi do un tono grattandomi il naso e agito il bicchiere per 3, 4 secondi e butto il naso dentro e ricomincio ad agitare il bicchiere e resto col naso dentro, agito e naso, e deve essere trascorso un po' di tempo perché il 1° mezzobusto a destra mi chiede che cazzo sto facendo e io rispondo che mi alleno per quando avrò il Parkinson e... 

e intanto respiro e qualche schizzo di Romangia Rosso Tuderi 2003 delle Tenute Dettori mi finisce sul naso, questo perché l'ho quasi letteralmente infilato (il naso) nel bicchiere suppongo per un singolare desiderio inconscio di entrare nel bicchiere che è, come si dice, una metafora ma in questo caso è più una necessità derivata dalla botta di odori che arrivano e

e intanto ripenso alla mia storia personale con i vini delle Tenute Dettori, una storia controversa e affascinante (in effetti, le storie lineari risultano generalmente poco affascinanti, perlomeno per scriverci sopra qualcosa). Ci inciampai letteralmente addosso una decina di anni fa. Un amico enotecario era riuscito ad averne qualche bottiglia in un modo che non volete sapere. Era anche abbastanza emozionato (nota 1), finalmente gli pareva di aver trovato qualcosa di interessante dall'Isola e voleva coinvolgere gli amici, avere pareri, capire se avesse preso un abbaglio o preso una botta in testa che gli aveva precluso ogni analisi sensoriale. Perché li aveva assaggiati al volo e gli erano piaciuti e gli erano sembrati diversi dal solito. Perché, è bene ricordarlo, allora in Continente arrivavano robette tipo il Vermentino Aragosta o robone tipo Turriga e Marchese di Villamarina. L'Isola era più un'ideale che una realtà nel bicchiere.
I vini però non emozionarono. Piacquero mediamente molto ma senza che scattasse la scintilla. Di sicuro piacque molto il progetto, l'idea dietro quei vini, l'orgoglio isolano (universale) di trasmettere la verità (nota 2) del frutto unito alla propria terra. Un'idea selvaggia e anche i vini parevano selvaggi, spesso squilibrati e brucianti (nota 3), come rinchiusi dentro una detonazione perenne. Ma qualcosa in sottofondo avvertivi. 
La prima scintilla fu il Chimbanta 2004. L'energia grezza veniva incanalata e l'uva Monica prendeva la scena. Frutto e morbidezza, speziatura e rotondità, il Rodano in Sardegna (Rayas-style).
E intanto l'Isola stava diventando Dei Famosi (n.b.: si ammette che è uno schifo di gioco di parole), nel senso che stavano venendo fuori robe sensazionali tipo Panevino, Montisci, Sedilesu, etc etc., e intanto aspettavo ancora la bottiglia Dettori che scaldasse il cuore, che infiammasse l'animo. Era come vedere un grande saltatore in alto, un atleta dalle enormi potenzialità che mancava sempre di scavalcare l'asticella per poco, ad un niente dal record.
Salta, ragazzo, salta, pensavo.
Se sono qui è naturalmente per un lieto fine. Perché l'asticella è stata superata. Tuderi 2003, ora, in pieno 2013, è quel campione che aspettavo. 3 anni fa (un'era geologica nella vita di un degustatore) scrivevo così a proposito del Dettori Rosso 2007: "Un vino che picchia duro[...] Un punker che vorrebbe fregarsene delle convenzioni e delle mode ma che forse dovrà tornare ad ascoltare del folk per fare la sua incisione migliore. Dopo l'elettricità, aspettiamo l'unplugged."
Ed eccolo l'unplugged. Eccoci diretti al cuore della musica vino. Heart Of Brightness. Così lo intitolerei. Il Cannonau che torna a casa dopo un giro intorno al mondo. E da questo giro si è portato a casa tante cose: la polvere che ne intorbidisce l'aspetto; le spezie dall'Oriente; la freschezza e il rigore nordico; il mare. E' cambiato ma non si è snaturato. Il frutto è maturato ma non decaduto. L'alcool (14,5° in etichetta, quasi un'inezia per un Dettori) mai così amalgamato e trascinatore di dolcezza e forza. E la bocca che tondeggia, velluta, scivola lasciando un Barnum di sapori, un tannino leggero, quasi fibroso, che innerva il sorso e 

e tutto questo è solo smontare un giocattolo. E' come spiegare perché quel giocattolo è così divertente. E io bevo e torno bambino e voglio solo starmene a giocare senza pensare a niente. Sono sul diretto Romagna-Romangia. E sono felice.

Nota 1: tocca ammettere che un parametro come l'Emozione è intrinsicamente non paradigmizzabile. Limitiamoci a dire che un degustatore di una certa esperienza prova tale fitta al cuore (o coup de coeur) in un numero sempre più ristretto di volte man mano che gli anni passano e il numero di bottiglie assaggiate tende a . Questo non significa che da un certo punto in poi si diventi cinici e impermeabili agli stimoli e rigidi come un baccalà, diciamo che si tende ad esaurire il numero di Prime Volte (es. la prima volta che si assaggia un nebbiolo tradizionale, la prima volta di un Bordeaux, la prima volta di quel grande vino di quel produttore, etc etc) e, certamente, a diventare più obbiettivi e sereni nel giudicare qualcosa, chiamatelo bagaglio d'esperienze o come diavolo vi pare. E l'intrigo di fattori che portano a riprovare una, appunto, Emozione è una specie di Babele fenomenologica di certo non riassumibile in poche righe di commento; quello che un degustatore/divulgatore può fare, al limite, è tentare di descriverla e renderci partecipi di quella emozione in una specie di gioco di distanziamento e immersione totale, di descrizione il più possibile oggettiva sui parametri e le sensazioni olfattive e di empatizzante trasposizione della vertigine provata. Non sembra una cosa facile.
Nota 2: questo termine è scottante come un 7 agosto 2013. Per cautela si intende sostituire l'articolo determinativo la con l'indeterminativo una.
Nota 3: beh, si era anche in pieno periodo Vinone Morbidone.



11 commenti:

  1. La fascinazione di Badde Nigolosu ha colpito anche me, appena laureato raggranellavo le lirette (!?lire mio dio! lire e non euro!) necessarie per comprare i vermentino di Dettori nell'enoteca più brutta e gestita da una manica di cafoni incompetenti di Torino (io entravo e mi chiedevo come potevano aver selezionato questo nettare, visto che il resto delle bottiglie era pieno di gasolio avio).
    Però arrivavano soli i bianchi, poi neanche più quelli.
    Il fulmine che mi ha incenerito le sinapsi è stata la Monica, da allora niente è più come prima. Acidità siderali, concentrazioni, alcol, dolcezza tutto così potente che ho ancora la sindrome di Stendhal.

    RispondiElimina
  2. A me la bottiglia (in realtà fu solo un bicchiere) che folgorò fu il Tenores 2005. Non so dire se fu Emozione, ma ebbi l'impressione degli occhi che si girano all'indietro con goduto stupore!

    RispondiElimina
  3. Agli albori del millennio (fa più fico che dire 2000 or 2001 ) grazie all'enoteca vinart& (non perdonerò mai Elio di averla chiusa ) provai quasi tutta la produzione di dettori dal dettori bianco che amai alla follia al chimbanta al tenores che allora mi parve il miglior fernet che avessi mai bevuto... (ora nn lo direi più chiedo perdono a dettori )
    In realtà ero agli albori della liberazione del gusto da anni di vini comodino (barrique) e quei vini mi colpirono per la loro diversità e radicalità. Confesso che non li capii tutti e subito ma col tempo diventammo ottimi amici

    RispondiElimina
  4. Diventassi mai ricco, mi piacerebbe annoiarmi con una bottiglia Dettori al giorno. L'emozione è quando incontro un vino così stupefacente che lo annuso e lo riannuso con un sorriso stile paresi che non riesco a cancellare dalla faccia, e che poi bevo e ribevo fino a che non mi scende una lacrima. A quel punto sono ubriaco, ed è bello.

    RispondiElimina
  5. Ogni annata è per me il riassunto di un anno di vita vissuta. Il 2003 fu un anno che mi segnò profondamente.
    Grazie ad Eugenio Bucci che ha donato un po' del suo amore al mio lavoro. Grazie a Luigi Fracchia per averlo ospitato nella sua casa, che seguo sempre con interesse. Grazie a N. Desenzani, Mauro Cecchi e Nic Marsèl per i commenti che colpiscono il cuore.
    Alessandro Dettori

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Alessandro di essere passato dal bar.
      L'unico aspetto che mi colpisce è il fatto che il 2003 fù una annata molto calda, forse da voi no? Per questo ne è uscito un vino leggermente più magro?

      Elimina
    2. E' stata un'annata molto calda anche da noi. L'uva del Dettori si è "seccata" dal caldo verso fine agosto ed infatti non l'ho neanche raccolta. E' stata un'annata dove il mio metodo col quale scelgo quando tagliare l'uva, si è rivelato superiore a tutti gli altri: assaggiare l'uva, compararla con quella degli anni passati ed immaginare che cosa ne sarebbe "venuto fuori".
      Le analisi chimiche infatti evidenziavano solo il caos.

      Elimina
    3. Una precisazione doverosa. Per mio metodo intendo il metodo comunemente usato dagli artigiani.

      Elimina
    4. Grazie Alessandro, se sono qui e scrivo è per mettere ordine (dentro me) in quel folle amore che è il vino. E' come chiedersi ogni volta "Perché ami il vino?" e non c'è risposta o, meglio, è sempre lì davanti ma è difficile da afferrare. E quando bevi una cosa stravolgente che annebbia quasi i sensi, l'unica cosa che posso fare è tentare di restituire un minimo del piacere ricevuto. Comunicare e condividere. Artigianalmente. Ecco, una delle cose che cerco di tenere sempre presente è che quel sorso, buono o cattivo che sia, è l'opera di un anno di vita di qualcuno che vive la sua terra e i suoi frutti (quasi sempre, ma il sorso rivela tanto). E mi fa sentire migliore.

      Elimina
  6. Francesco Picasso7 settembre 2013 12:19

    Sono passati dieci anni da quando un fratello sardo mi diede alcune bottiglie prodotte da "un pazzo che vendemmiava con un vecchio camioncino frigo Fiat".Da anni bevevo vini sardi come Turriga,Marchese di Villamarina,Terre Brune etc.molto buoni e fatti bene ed ero contento ma davo sempre spazio a nuovi prodotti quindi mi son detto"proviamolo questo pazzo".Un fulmine a ciel sereno! Un viaggio indietro nel tempo quando giovinotto accompagnavo mio padre a caccia e relativi pranzi con vini che sapevano di terra sarda,profumavano di campagna,li avevo persi questi sapori ma ora li avevo ritrovati erano i vini delle Tenute Dettori dela prima vendemmia il 2000.Ora in cantina ho diverse centinaia di bottiglie delle Tenute,vivo di emozioni e spesso voglio emozionarmi e spesso ne bevo ed ogni bottiglia mi coinvolge mente e cuore sempre e sempre in maniera diversa.Grazie "maccu"

    RispondiElimina