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mercoledì 21 marzo 2012

dei vini corretti: e dei vini magnifici di N. Desenzani

Per essere perfetta le mancava solo un difetto (Karl Kraus)

In questi giorni, come in altri del passato recente, ricorre il tema dei difetti nel vino. A parte uno zoccolo reazionario ancora convinto che i vini naturali siano tendenzialmente puzzolenti e la cosa sia di per sé intollerabile, ormai anche molti dei palati più conservatori si sono arresi di fronte all’evidenza che esistono, e sono la maggior parte, vini cosiddetti naturali puliti e senza difetti organolettici rilevabili come tali. Per inciso, ci si dimentica praticamente sempre di citare esempi celebri come il Domaine de la Romanée-Conti che si può dire faccia vini naturali da almeno vent’anni, essendosi allora ispirato a produttori che iniziarono alla fine degli anni ‘70. Quindi ogni tanto mi chiedo cosa ci sia ancora da polemizzare. Esempi così tagliano la testa al toro.


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Ma non è in questa chiave che voglio affrontare la questione dei difetti, piuttosto in una puramente estetica. E cioè se sia da auspicare la perfezione tecnica a tutti i costi, o se invece talvolta i difetti, in vini che sono grandi per impostazione, non contribuiscano positivamente a caratterizzarli ancor più e a creare quell’effetto di imperfezione che affascina.
Io propendo per la seconda visione.
La cosa interessante è che ragionando di queste lievi questioni, mi è tornato in mente un testo classico, che periodicamente mi si ripropone come modello. Sto parlando del saggio di critica letteraria “Del Sublime” di autore alessandrino anonimo. Alla fine della classicità, ma prima del cristianesimo si colloca la genesi di questo libello, che ha la modestia di spiegare quali siano le principali fonti del sublime in letteratura, corredando il tutto con esempi, citati talvolta anche a memoria, ma con una pertinenza e una “ficcanza” che ogni volta mi lasciano attonito.
Ero fiducioso che avrei trovato qualche spunto interessante in quel libro e non solo ne ho avuto conferma, ma c’è ancor più di quanto mi aspettassi.
In due capitoli dell’opera si trattano i difetti.
Nel capitolo XXXIII, l’autore si interroga se “sia da preferirsi una grandezza che cede in qualche punto o invece una mediocrità corretta, sana in ogni sua parte e senza cadute”. Più avanti afferma “nelle opere grandi bisogna che ci sia spazio anche alla negligenza”. Visione che si esemplifica in questo passo di Plinio che parla di un oratore dallo stile impeccabile, ma esile e disadorno: Nihil peccat, nisi quod nihil peccat: egli non ha altro peccato che quello di non peccare mai.
Nel capitolo XXXVI intitolato “Del dire corretto e senza errori: e del dire magnifico”, introduce una teoria, un po’ paradossale, ma a mio parere molto evocativa. Egli dice che a differenza di arti come la scultura, in cui la bravura dell’artista è da valutare su un piano meramente tecnico, e cioè in funzione della sua capacità di riprodurre la natura, per quanto riguarda la parola – il logos – invece esso è espressione naturale dell’uomo, una qualità fisica. E quindi la poesia va giudicata come prodotto di natura e il criterio valutativo è costituito dalla “grandezza”. E questa proviene dalla grandezza d’animo.
Ora parafrasando queste parole e accettando che il vignaiolo sia il poeta e il suo vino la poesia, intanto si può per una volta smettere di dire che il vino non è un prodotto naturale perché non si crea spontaneamente, ma includere nella naturalità “l’umano far il vino” e poi giudicare il tutto con il metro della grandezza, dell’animo del vignaiolo e del suo vino. E se in questo intento il vino verrà con qualche difetto, questo non gli precluderà d’esser vino sublime.
Non è un caso che la teoria espressa dall’Anonimo assumesse allora dei connotati polemici, contro una critica letteraria dei V e IV secolo a.c. che imponeva l’aderenza a canoni stilistici rigidissimi, ma pure a canoni contenutistici.
Mutatis mutandis potremmo pensare ad alcune scuole di critica enologica che si sono affermate negli ultimi anni e che, forse, oggi sono palesemente superate.
Mi piace finire con le parole del nostro Anonimo:

“ma poi ciascuno si tenga l’opinione che gli va a genio”


Niccolò Desenzani

Per il testo e l’apparato critico ho consultato l’edizione: Pseudo-Longino, Del Sublime, BUR 1991.




24 commenti:

  1. E'uno scritto che toglie il fiato, è una dichiarazione di intenti, è un grido di battaglia; verso la fine del Signore degli Anelli tutto è buio, tutto è oscurità, sembra non ci sia più speranza se non la morte quando d'improvviso giunge la luce del sole,la vita.
    Questo scritto è uno scritto di luce.
    "ma poi ognuno si tenga l'opinione che gli va a genio"

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    1. Mi togli il fiato, con questo commento. La speranza in effetti è quella di essere un po' eversivi. Sempre alla ricerca di un senso. Grazie.

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  2. Visto che ci piace coniare slogan "W il vino Wabi Sabi".

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  3. Gran bel post!
    D'altra parte, anche i palati, a forza di fiere, degustazioni, approfondimenti, articoli sui blog e sui giornali, libri, film ... si staranno rodando e ricominciano ad apprezzare certe sfumature che la tecnologia e la chimica ci hanno fatto dimenticare, annientandole.

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  4. Beh dipende...

    La prima parte del tuo scritto è largamente condivisibile, ma non esaurisce la questione per il semplice motivo che non ci è dato conoscere la perfezione. E' solo un'aspirazione critica di definizione e nel caso, in quanto tale, un punto di vista. Ciò che è perfetto per me può non esserlo per te e viceversa. Se il perfeto in senso assoluto non esiste non può esistere il non perfetto e tutto il resto sono manifestazioni di gusto. Tutto è lecito.

    Quanto alla seconda parte, già mi pare forzato il parallelo tra poesia e vino, ma osservo che la poesia è tutt'altro che prodotto di natura a meno di voler essere dei lettori e degli scrittori ingenui. La poesia o il romanzo è, di fatto, costruito artificiosamente da individui la cui immaginazione, intelligenza, sensibilità fa retrocedere la natura sul piano delle deduzioni e ne trae un senso, un cardine, un ordine che alla natura stessa, obiettivamente, difettano.

    In conclusione, credo che categorie come naturali o convenzionali non possano definirsi ed interpretarsi in termini estetici, ma che si possano, cosa tutt'altro che semplice, separare in categorie in termini etici, ambientali, di sostenibilità...ecc. ecc.

    Ed alla fine il definire ciò che è bello, senza alcuna sovrastruttura, dovrebbe essere aspirazione che si esplica prima nel calice e poi con la parola dando conto di una prospettiva critica e di analisi che sia ben argomentata. Tutto qui.
    Ciao.

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    1. Certo che dopo lo scritto "Sul Sublime" di acqua ne è passata sotto i ponti.
      Eppure non si è mai smesso di "aspirare" a discutere delle esperienze estetiche cercando criteri "un po' più universali".
      L'estetica come branca del pensiero è in continuo fermento.
      L'eccezionalità dello scritto che cito sta, secondo me, proprio nel fatto che oltre i concetti espressi, sono proprio gli esempi portati a essere quasi delle evidenze del sublime, in tutti i tempi. E questo mi ricorda un po' i tentativi di Calvino di definire quali opere fossero dei classici.
      E raccontare ciò che di sublime a volte alcuni vini ci danno è quel che voglio fare.
      Io credo che ragionare in questi termini sul vino abbia un senso. Parlar di difetti, di sublime, di perfezione tecnica di tutto quello che riguarda l'esperienza di piacere che può darci un vino sia pertinente.
      La visione della parola come prodotto (artefatto) naturale è antica. Ma è stata rivalutata molto negli ultimi decenni e viene spesso inclusa nelle teorie che discendono dall'evoluzione delle specie.
      E poi non ci commuoviamo davanti agli spettacoli che la natura ci offre? Non è lecito chiedersi il perché?
      La visione che appena accenno non esclude l'etica e l'ecologia, anzi, queste sono categorie che possono fare grande l'animo.
      E a chi si sforza, obbedendo a imperativi etici ed ecologici che per lui sono un'emergenza, di fare vini con queste aspirazioni voglio dar credito e ricercare questa nobiltà d'animo nel suo vino.
      E quando andremo a raccontar dei vini particolari e dei loro tratti sublimi, certo che "daremo conto di una prospettiva critica e di analisi ben argomentata"!

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    2. Porta pazienza, ma secondo me c'è un po' di confusione sia nei termini che nelle conclusioni che nel capirci.

      Non vedo perchè non se ne debba parlare, ma non esiste la perfezione tecnica nel campo della critica vitivinicola. E' un'espressione che nella mia esperienza non ho mai sentito. Ho sentito parlare di pulizia tecnica, di precisione tecnica o stilista ossia di aderenza ad uno stile, ma uno stile è uno stile, uno dei tanti, non può essere perfetto.
      Così come è rischioso a mio parere parlare di difetti o di estetica allargando il discorso oltre i canoni stessi dell'estetica e parlando della naturalità dei vini: un tannino molto amaro è un difetto, ad esempio dovuto ad un uso sbagliato del legno. Può piacere? Certo. A ciascuno il suo, ma nulla ha a che vedere con la naturalità o meno di un vino.
      Quanto alla parola, tu hai fatto riferimento alla poesia e su quello ti ho risposto e nulla riguarda le teorie evoluzionistiche di Darwin, ma piuttosto il saggio di Schiller "Sulla poesia ingenua e sentimentale" ripreso dal premio nobel turco Pamuk.
      Come ti dicevo, abbi pazienza, ma a me hanno insegnato all'università che Estetica è una cosa, Etica un'altra. Se iniziassimo a mischiare le due cose si arriverebbe al paradosso di bruciare alcuni libri perchè belli ma immorali. Che il libro che tu citi sia interessante non lo metto in dubbio, farne discendere un'analisi che mostra a mio parere dei limiti e un po' di confusione lecito, permettimi di non concordare, almeno.

      in Estetica non esistono criteri universali da quando c'è stata la querelle tra antichi e moderni alla fine del XVII secolo in Francia, bisognerebbe iniziare a rassegnarsi che nella critica tanto vale l'esperienza quanto modo per affinare il buon gusto o il bel esprit e che il gusto è anche espressione dei tempi. Tutto qui, con una buona dose di serenità, leggerezza e senza scomodare l'etica o Darwin, senza ideologie o battaglie da combattere.

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    3. Nel post uso il termine perfezione solo due volte:
      1) "se sia da auspicare la perfezione tecnica a tutti i costi"
      2) "creare quell’effetto di imperfezione che affascina"
      Per il resto parlo di sublime.
      A proposito del saggio "del Sublime" si parla di "un'estetica che supera una concezione tecnicista del Bello e la sua aspirazione a definire canoni oggettivi"(http://it.wikipedia.org/wiki/Sublime).

      Fare un post che mima in ambito enoico alcune riflessioni di un saggio di 2000 anni in ambito letterario ha una buona componente di divertissement, ma come capita con i Classici, ci si rende conto di come essi possano essere attuali anche in epoche lontane e contesti i più vari. E questo, secondo me, è il caso.

      Ogni sistema di valutazione razionale implica una scala che permetta di ordinare la famiglia degli oggetti valutati.
      Che io sappia i sistemi di valutazione del vino più diffusi hanno scale limitate sia dal basso che dall'alto.
      In questi sistemi è lecito verbalizzare il punteggio massimo con il termine perfezione (ovvio, in quel sistema).
      I sistemi che conosco e che sono più diffusi valutano su criteri presunti oggettivi e hanno come corollari alcune definizioni di difetto, per il semplice fatto che ogni punto meno del massimo dovrebbe poter essere argomentato come mancanza di qualcosa.

      Il fatto che io menzioni nell'incipit il tema dei vini "naturali" è un appiglio alla querelle a cui assistiamo da diversi anni nel campo della critica enologica, ma pure della viticoltura e dell'enologia. E una delle argomentazioni che si sentono e leggono spesso è che i vini "cosiddetti naturali" hanno spesso dei difetti che precludono loro un punteggio alto nei sistemi di valutazione di cui sopra.

      Cito da Giuseppe O. Longo "ho proposto una definizione operativa, anche se discutibile, di estetica e di etica:

      L’estetica è la percezione soggettiva (ma condivisa) del nostro legame con l’ambiente, legame caratterizzato da una profonda ed equilibrata armonia dinamica.

      L’etica è la capacità, soggettiva e intersoggettiva, di concepire e compiere azioni capaci di mantenere sano ed equilibrato il legame con l’ambiente.

      Etica ed estetica sono quindi due facce della stessa medaglia perché derivano dalla coimplicazione evolutiva tra specie e ambiente e sono entrambe “rispecchiamenti” in noi di questa coevoluzione” (http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/Etica-estetica-e-libero-arbitrio)
      Se non vogliamo scomodare un Foucault per il quale l'estetico, per la filosofia, è e deve essere etico. Comunque io non sono un filosofo, non ho avuto i maestri che hai avuto tu all’università, anche perché ho studiato tutt’altro, e per la verità con questo post non ho ostentato conoscenze che non ho. Tanto per chiarire.
      Infine la boutade mia, più difficile da spiegare: quella di considerare il vino un’attività naturale, in questo caso riferendomi al fatto che la fermentazione alcoolica è pratica tanto antica da far sì che il saccharomyces cerevisiae sia considerato in coevoluzione con l’uomo. E da qui una visione dell’enologia come pratica spontanea e connaturata all’esser umano, così come quella del linguaggio.
      E’ una boutade che gioca sul filo dell’evocazione poetica più che su basi di altra natura e che nel post introduco connotando la teoria dell’Anonimo come paradossale e la definisco proprio evocativa.
      Infine non mi pare di essermi espresso ideologicamente, di aver dichiarato intenti bellici e nella mia risposta credevo di aver dimostrato il massimo del rispetto nei tuoi confronti come interlocutore, e di non aver assolutamente imposto il mio pensiero.
      Mettici anche che sono un tuo lettore e ammiratore.
      E aggiungici l’ultima frase con chiudo il post.
      Mi scuso perché forse avrei dovuto mettere un saluto alla fine della mia risposta.
      Con stima e massimo rispetto.

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    6. Urka quanta roba. Rispondere a tutto richiederà molto tempo e non so quanto i lettori possano essere interessati.
      Niccolò, innanzittutto grazie dell'ammirazione, poi...
      ribadisco che non solo è lecito parlarne, ma è molto più interessante parlarne in questi termini di vino che in altri modi, io ho sempre pensato che un vino che puzza, semplicemente, è un vino fatto male. Ho avuto la fortuna (e spero di averla ancora) di aver bevuto tanti vini, meravigliosi, di stampo "naturale" e tanti mervigliosi vini che si definirebbero provenienti da agricoltura "convenzionale". Vini prodotti anche 30, 40 anni fa da un'agricoltura oggi neanche immaginabile. Ed uso questi termini, convenzionale e naturale, a patto che qualcuno abbia una definizione che si possa considerare condivisa e che non comprenda le mille sfumature che, vivaddio, il vino ha e che ci permettono pure di parlare così tanto.

      Intersecare il corretto e l'entusiasmante con la naturalità del vino è affare non complesso, di più, ed infine anche riduttivo.
      Ridurre problemi etici come la sostenibilità delle produzioni a meri questioni di estetica, di un mi piace o non mi piace, a questioni che, ridotte ai minimi termini, riguardano il gusto, lo trovo sbagliato e sciocco per evidenti motivi.

      E, da un punto di vista strettamente estetico, dimostrare che le cose abbiano sempre e comunque attinenza è impossibile e si possono fare numerosi esempi oltre quello che ho fatto in precedenza. I bianchi macerati, ad esempio, che tolte le ben conosciute eccezioni sono oggi considerati da buona parte della critica "omologati", sono buoni necessariamente perchè naturali?

      Al di là degli assunti di partenza su cui si può condividere o meno (ti potrei citare tanti vini naturali da sempre valorizzati dalla critica come i Barolo di "citrico" Rinaldi), al tuo scritto manca una cosa fondamentale: fin quando tu non ci dirai la tua prospettiva critica, il tuo "perfetto" quale è e il tuo "semplicemente corretto" in che cosa consiste, noi non avremmo mai gli elementi per poter essere o meno d'accordo o se si può o meno condividere la tua analisi. Rimarremo, rimarrò, ad un generico (scusa la sintesi) "Il perfetto è tuttavia noioso". Insomma, va bene la citazione kantiana del Sublime, ma appunto, che gli stumenti della critica siano quelli della ragione enunciati da Kant. Occorre che tu vada oltre.

      Così come bisognerebbe fare attenzione nell'introdure tematiche e discorsi che invece riguardano semplicemente un linguaggio, un codice per comunicare un oggetto (siano numeri o parole poco cambia) e non l'oggetto in se.

      @ Luigi: No, è il contrario, tu metti in gioco tutta la tua esperenza da degustatore quando assaggi un vino con la volontà di valutarlo e veicolarlo agli altri, metti tutto te stesso, tutta la tua cultura anche, una bella responsabilità, ma devi sapere ascoltare e non pensare di sapere già ciò che è buono e ciò che non lo è. Io al calice più che con pregiudizio, mi avvicino con curiosità.

      quanto a tutto il resto, appena avrà un attimo proverò a rispondere, ogni tanto devo pure lavorare.
      Ciao.

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    7. Caro Mauro,
      "In questo libro (blog ndr) parlo del vino come accompagnamento alla filosofia e della filosofia come sottoprodotto del vino. Secondo me, il vino accompagna benissimo il cibo ma accompagna ancora meglio il pensiero, e pensando col vino s’impara non solo a sorseggiare riflettendo ma anche a riflettere sorseggiando. Se uno manda giù premessa, argomentazione e conclusione in un solo fiato (molto soddisfacente), non solo capisce un’idea ma la rende adatta a vivergli dentro, ne misura non solo la verità e coerenza ma anche il valore.” R.Scruton, Bevo dunque sono. Franck Sibley sostiene che il godere di gusti e odori è un’esperienza estetica tanto quanto godere di visioni e suoni. Quindi mi pare lecito questo tentativo di espansione dei limiti dell’estetica. Forse il termine perfezione stilistica offre il fianco alla tua critica ma nel titolo si parla di vini corretti e vini magnifici ( grazie all’effetto amplificatore dei difetti) e mi pare che anche questa categorizzazione (blanda e tutta da verificare) sia lecita da proporre. Altrettanto interessante la forzatura interpretativa che Niccolò opera sul concetto di naturalità del fare vino, vista come una complessa coevoluzione dei territori, dei vegetali, l’uomo, le tecniche, i consorzi microbici. Queste esplorazioni culturali mi paiono molto stimolanti per la capacità che hanno di spostare il limite fino al sogno, all’inverosimile (e magari verificare che non è tale) assai più che limitarsi a dire buono, non buono e incasellare con parole che sono numeri i vini, che come tutte le cose viventi recalcitrano a calarsi in uno schema. Dato per assodato che il gusto muta e il ritorno ai vini difettati è una deriva modaiola e che alcuni blogger affrontano il vino con una visione letteraria, come proponi di affrontare le degustazioni? Tu dici che bisogna partire dal bicchiere senza alcuna sovrastruttura, ciò vorrebbe dire che i parametri interpretativi che metto in gioco sono ogni volta azzerati? Spariscono ogni volta la mia storia (di uomo e bevitore), le mie aspettative e mi pongo come una tabula rasa di fronte al vino? Oppure lo stratificarsi delle esperienze, la mia cultura, la mia etnia mi mettono di fronte al vino con un pre-giudizio e una serie di aspettative?

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  5. gastrofanatico21 marzo 2012 12:20

    In questi casi non posso che dire di essere d'accordo col compagno che mi ha preceduto (Vittorio)

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  6. Se i vignaioli fossero poeti ti darei ragione ma così non è. Naturisti o convenzionali sempre di tecnica stiamo parlando e non venitemi a raccontare qualcosa di diverso. Anche chi fa vini "naturali" (il virgolettato è d'obbligo) per l'appunto FA! Quindi agisce e applicando tecniche, scegliendo teatro legno acciaio anfora botte tino... e quando nel fare (e nell'applicare una tecnica) sbaglia non si può usare la licenza poetica per giustificare l'errore.
    Di vini "naturali" buoni e senza difetti fastidiosi ce ne sono molti, per fortuna. Gli altri che se li bevano loro.

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  7. Vorrei puntualizzare che il tema del post non è una vuota diatriba fra vini naturali e vini convenzionali, forse l'incipit di Niccolò è stato travisato.
    Qui si parla di ammettere i difetti all'interno della categoria estetica del sublime e quindi costruire nuovi strumenti sia teorici sia pratici per non incagliarsi in presunte "irregolarità" che squalifichino ingiustamente un vino.
    Mi pare il tentativo teorico per il superamento di una concezione tecnica della degustazione che negli anni passati è stata mortificata da rigide categorie, frutto di una progressiva banalizzazione del gusto e di uno scivolamento verso una presunta scientificità dell'enologia.
    Riappropriarsi dei difetti per ampliare la propria tavolozza sensoriale è, a mio avviso, fondamentale per non cadere nella banalizzazione e ragionarne sui blog mi pare doveroso quanto necessario.
    Altresì mi pare che non ci sia stata una confusione fra medium (la scrittura) e il contenuto (il vino)perchè era chiaro sin dall'inizio che di speculazione teorica si trattava e non c'era alcuna intenzione nel proporre dei concetti categorizzanti ma solo ragionare intorno alla percezione.

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    1. La percezione, bisogna ricordarlo ogni tanto, non si può comprare, non si eredita come i castelli, non può essere venduta e questo crea seri imbarazzi in certi ambienti di gran moda in questi tempi bui. :)

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    2. il problema di tanta carne a cuocere e che i commenti si accavalano e si finisce con il non capire bene chi a cosa sta rispondendo. Mi rifersico al discorso tra medium e vino, io rispondevo a una cosa scritta da Niccolò in un suo commento, ma lasciamo perdere per non complicare le cose.

      Luigi, per ammettere nel sublime la categoria dei difetti dovresti definire cosa è sublime e cosa è un difetto per te. Il Barolo Chinato di Cappellano è sublime? Per me sì, e non ha difetti, non ha quelli che io e non solo io identifico come difetti. Un tannino amaro è un difetto? Per me si, e nonostante la sensazione ampli la mia tavolozza sensoriale, nella parola sublime, sempre per il sottoscritto, non c'è molto spazio per un tannino amaro. Superamento della degutazione tecnica? Oddio, non so bene come possa esser vista una degustazione tecnica, ma sostanzialemente io snaso e assaggio, nulla di così strano, così come un critico musicale ascolta un cd credo. Si parla spesso di banalizzazione del gusto ma gli anni '80 e '90 sono stati decisivi in termini qualitativi tanto che dire oggi che un vino deve avere personalità perchè la qualità e scontata dalla Valle D'Aosta fin giù a Pachino, è un lusso che ci è concesso proprio perchè ci sono stati quegli anni. Quanti produttori definibili come tali esistevano negli anni '60? Al sud, in Irpinia, negli anni '90 i produttori li potevi contare su una sola mano. Oggi ci sono circa 100 e passa aziende.

      Concludendo questa bella chiacchierata faccio un piccola osservazione di metodo: prima di elaborare una teoria critica, forse, e dico forse, di critica bisognerebbe averne fatta un po', bisognerebbe essersi musurati e aver approfondito le tematiche che la critica riguardano, essersi scontrati con i problemi e i dilemmi che il lavoro comporta. E tutto questo proprio perchè la nostra teoria e la nostra metodologia siano ben sedimentate e solide, altrimenti non si farà mai un passo in avanti, ma sempre di lato.
      Se ne può discutere su un blog? Si deve, ma fatelo, date a me lettore la possibilità di confrontarmi, di cambiare idea, dammi le tue definizioni. Datemi la possibilità di coltivare il dubbio. Partendo proprio dagli esempi come quello di Romanèe Conti che tanto vuole essere esemplificativo e che, invece, finisce con il non esserlo. Perchè basta aver frequentato un po' la Borgogna, aver visto la sua estrema parcelizzazione, le vigne una attaccata all'altra per chilometri, aver visto spuntare da dietro una collina uno di quei piccoli aerei che sparge diserbante per coltivare più di un dubbio (obiezione critica sollevata da un collega che stimo molto come Armando Castagno, qualche anno fa in un suo bellissimo reportage) e rendersi conto che le sfumature sono molteplici perchè parliamo di vino.
      Ciao.

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    3. Continuo a non comprendere il tuo livore e neanche capisco il bisogno di mortificare degli sforzi per comprendere e ragionare sul vino, mi stupisce che tu preferisca il vuoto periodare dei post provocazione, abilmente costruiti per attirare traffico sui blog, non capisco nemmeno perchè continui a pensare che ci sia una mia contrapposizione fra i roaring eigthy e oggi, nessuno lo ha detto, io quando parlo di semplificazione del gusto mi riferisco al panorama completo della industria alimentare che per questioni di marketing ha invaso con cibo spazzatura, edulcorato e normalizzato il mondo.
      Cosa è per me sublime o no, lo si ricava leggendo i vari post che si sono susseguiti sino ad oggi e non posso ogni volta rielencare i punti salienti del mio, umile e a quanto pare stolido, pensiero.
      Il mio pensiero riguardo i difetti che vanno rivisti in ottica più possibilista sono ben elencati nel libro di N.Le Gris "dioniso crocifisso".
      Ti ringrazio inoltre per avermi impartito una lezione di metodo, ne farò tesoro.
      Mi chiedo, e con ciò chiudo le trasmissioni, perchè tu dica che non permetto di cambiare idea ai miei lettori? come posso convincerli e obbligarli e pensarla come me? Io non voglio convicere nessuno nè mi interessa farlo. Infine, chissa perchè si sollevano solo dubbi su chi produce in bio e mai ci si interroga degli usi ed abusi di chi in silenzio fa ciò che vuole senza impegnarsi a renderlo noto al consumatore.

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  8. Livore?

    Vabbè, lascia perdere, è evidente che la parola scritta può essere fraintesa. Io cercavo confronto sul contenuto, una contrappossizione di idee, molto semplicemente che credo sia la ragione primaria dello scrivere. Pensavo che questo post volesse essere una riflessione su cui discutere. Ma è evidente che non tutti la pensano come me. Tempo fa Niccolò condivise un suo link sulla nostra bacheca, credevo che celasse la voglia appunto di un confronto, ma mi sbagliavo. Eviterò di leggere e commentare. L'unica cosa non attribuire significati che non ci sono alle azioni degli altri. La mortificazione la vedi tu nella tua mente immaginaria, io ho chiesto solo un ulteriore approfondimento, di argomentare un ragionamento. Tutto qui. Anzi avevo letto che lo scambio era stato apprezzato da alcuni. Non da tutti vedo. Io sono solito ringraziare chi perde il suo tempo per confrontarsi con me, per cui chiudo ringranziandovi per il tempo speso a rispondermi.
    Ciao, stammi bene.

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    1. Avrò frainteso sicuramente, le risposte scritte non mediate dalle intonazioni vocali fanno brutti scherzi.
      Ti ringrazio per aver partecipato alla discussione e non credere che sia impermeabile a ciò che hai scritto, dammi solo il tempo di elaborare, sono di periodo lento.
      I difetti dei vini da rivalutare: ossidazioni, volatile, per cominciare; da stigmatizzare il tannino corto e amaro e le riduzioni (composti solforati)che non svaniscono completamente(?).

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    2. beh dipende: le ossidazioni ricercate (alla Lopez De Heredia per capirci) o quelle involontarie?
      Così come per la volatile, io ho conosciuto persone completamente intolleranti a cui iniziano a lacrimare gli occhi.
      Anche qui credo dipenda dai gusti e dalle soglie di percezione. Da qui in ogni caso nascono una serie di interrogativi, tanti aspetti lambiti anche in questa discussione:

      può un vino essere sublime ed essere corto nella persistenza? o semplice nei profumi? O un vino del genere è semplicemente buono? Quali sono gli aspetti più soggettivi di altri e su cui si può discutere, il corpo di un vino? la minore o maggiore acidità o taluni profumi? Quali i difetti punto e basta? E l'dentità di un vino conta in termini di qualità? E la storia di un produttore è un fattore discriminante?
      Quanti di questi discorsi interessano realmente un normale consumatore? Quanto riesce a capirci di questi discorsi? O il normale consumatore vuole spendere il giusto per un buon vino da bersi con la famigliola, e del resto non gli frega granchè?
      E' più facile distinguere il Sublime dal Buono scrivendo 95 ad uno e 86 ad un altro o con le parole?

      C'è un bel po' di roba su cui interrogarsi, partendo da questi discorsi...
      Ciao.

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    3. Avevo preparato una risposta un po’ piccata, ma vedo con piacere che la polemica sembra rientrata e parlando finalmente di vino! Voglio solo fare una precisazione. Il fatto che io abbia cercato un'interazione con te sulle pagine di Enogea è una prova del fatto che io fossi interessato agli argomenti e che cercassi un confronto. Il vino per me è passione e tutto quello che faccio in questo campo ne è un’emanazione.
      Io e Luigi siamo due persone diverse che si sono incontrate su un percorso fatto soprattutto di domande, che partono dal vino per spingersi fin dove le loro sensibilità dicono loro di andare.
      Scrivo questi post qui perché ho trovato totale apertura da parte di Luigi, che mi ha conosciuto attraverso la rete e ha potuto tastare il mio entusiasmo e la mia onestà nel parlare di vino, inizialmente solo attraverso i miei scritti dilettanteschi che raccolgo da circa tre anni e la maggior parte dei quali sono pubblicati in Vinix. Là puoi trovare oltre 170 racconti su bottiglie bevute da me e davanti al contenuto delle quali mi sono sempre posto con un atteggiamento di umile "ascoltatore" per cercare di cogliere quello che avevano da dirmi.
      Sul fatto che io non abbia metodologie sedimentate e solide voglio proprio darti ragione. Infatti è proprio da quelle che rifuggo.
      Non mi pare che né io né Luigi né gli ospiti di questo blog si neghino al confronto, impongano un unico pensiero (@robji_m, abbiamo capito che le puzze non le tolleri!), nascondano i propri gusti (@robji_m refrein!), vietino ad alcuno di dubitare. E’ esattamente il contrario di quello che si pratica da queste parti, su questo blog.
      Infine volevo segnalare che anche i barolo di Giuseppe Rinaldi non sono esenti da difetti pur essendo spesso sublimi proprio per quelle imperfezioni e i barbacarlo di Lino Maga di difetti ne hanno da vendere eppure anch’essi spesso sono sublimi.
      Tanti dei vini che Veronelli riteneva tra i più sublimi erano decisamente imperfetti, per dirne uno che non sia il barbacarlo… dico il gaggiarone di Alziati.
      Ciao

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    4. Niccolò io non so proprio perchè uno si debba piccare soprattutto se si parla di vino, e se uno ne parla in questi termini e non litigando su punteggi e sciochezze del genere, quindi andando oltre tutti i preamboli e andando al succo io credo che il vino nella maggioranza dei casi sfugga a qualsiasi categorizzazione in un senso o nell'altro e indipendentemente dai punti di vista. Il Barbacarlo un grande vino o un vino sublime? Non lo so. Alcune bottiglie sono state per me molto intense ed emozionanti, una volta credo di aver pianto, tante altre volte mi sono incazzato come una bestia. Ho detto bottiglie e non annate non a caso. Se cerchi in giro trovi da qualche parte un mio scritto: uno scritto, sinceramente, fuori dalla mia portata, che mi ha costretto a una premessa: che in una verticale di dieci o dodici annate, aperte tre bottiglie per ogni vendemmia quasi sempre sono uscite tre bottiglie lievemente o completamente difformi. E' questo è un ulteriore parametro di cui si dovrebbe tener conto quando si parla di vini "artigianali" e di sublime e quando si cerca di raccontarli: quante persone sono disposte a rischiare?

      Detto questo e tornando alle categorizzazioni, il linguaggio tecnico di cui si abusa spesso e in cui il vino è costretto è semplicemente una convenzione, non una legge divina. Una convenzione adoperata affinchè si riesca a capirci. Un gergo. Una scuola critica, per tornare al tuo post, è superata nel senso che si è andati avanti e in questo senso, strettamente temporale, si potrebbe definire superato lo stesso Veronelli. Ma da un punto di vista critico non sono superati nè Veronelli, nè certe (e indefinite) scuole di pensiero a cui fai riferimento tu, nè lo scritto che tu citi perchè tutti utili e finanche contemporanei in alcuni aspetti, ai fini dei discorsi che noi stiamo facendo. E ciò vale per il vino, il cibo, la musica e la letteratura e tante altre cose.
      Ciao.

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